Alto Adige – 24 ottobre 2008
E Balasso ci fa più pensare che ridere
A Bolzano tutto esaurito per il suo raffinato monologo “La tosa e lo storione”
di Daniele Barina
Bolzano.
Se la rassegna comica bolzanina costituisce un universo di certezze – Forcato sfida infatti il folto pubblico a confrontare la sua stagione con quella dei più blasonati teatri d’Italia – lo spettacolo di Balasso fa crollare i confini tra generi, rimescola le carte dell’intrattenimento e ci restituisce un Veneto più vasto, certo meno marcato di quello che la grettezza dei suoi attuali abitanti e la protervia della politica oggi di moda lascerebbero supporre. Lo scenario ideale per riuscire nella grandiosa impresa non poteva che essere quello meglio noto al comico di Porto Tolle, ovvero la terra di nessuno “tra Adese e Po”, dove tutto si sgrana e si fonde avvolto dalle brume del “caligo” e della fumara. I dialetti, le province e le regioni, la terra e l’acqua, i fiumi e il mare, il passato e il presente, tutti i confini si fanno liquidi, incerti come quelli dello scanno, lingua di sabbia nel delta che è capace di sparire per più mesi l’anno e dove Balasso, a sua volta una presenza-non presenza come si scopre alla fine, ambienta il suo racconto. Dalle nebbie del tempo emergono i fantasmi di Ciceruacchio, garibaldino in fuga trucidato dagli austriaci, dello zio-papà, una figura resa possibile dalle seconde nozze materne, del “Faina” e del “Torbolo”, altrettanti epigoni di un’Età del Pane in cui il denaro aveva impieghi più concreti che nell’odierna era consumistica. Quest’ultima epoca è identificata con la specie ittica d’importazione baltica del siluro, la cui mitologia tutta padana ci dice di un predatore onnivoro e inarrestabile, che assomiglia all’uomo del Duemila, finendo per essere contrapposta a quella antica dello storione di cui al titolo, la cui difficile cattura, frutto di lunga mediaizone tra persone e santi protettori, era il perno di un intero e stabile sistema economico. Alla comicità più grossolana, televisiva dovremmo dire anche se la leggera penna di Balasso ci pare ormai più radiofonica che altro anche in virtù della sua collaborazione a Cerpillar con la rubrica di recensione libraria “Mi manda Baricco”, è dedicato solo un piccolo segmento dello spettacolo, forse per la delusione di qualcuno, che ha per protagonisti i “santi straccioni” Gesù e San Pietro alla ricerca di un veneto buono, ancora ispirato dai sogni che fino ad un secolo fa resero unica questa terra. Anche se non tutti sono in grado di cogliere il senso delle criptomelodie infantili di Stratos che fanno capolino sotto un proclama di Mussolini, quelle dell’ironia raffinata frammista al racconto trasognato potrebbe anzi diventare l’unica futura specialità di un autore colto e appassionato, più utile così al mondo di quanto non lo fosse nel carrozzone di Zelig.
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