Il Resto del Carlino – 05 febbraio 2009
Natalino Balasso ritorna nel delta del Po
“La tosa e lo storione” fiaba di umorismo surreale
di Sergio Garbato
Il titolo è “La tosa e lo storione”, l’ambiente è bassopolesano e bassopolesano è anche l’autore e interprete unico. Tuttavia, da noi, questo straordinario spettacolo, fatto di tutto e di niente, non arriva che raramente. Peggio per quelli che, l’altra sera, non sono corsi al Politeama di Badia, dove era in cartellone. Noi eravamo invece della partita e vi raccontiamo quello che ci siamo portati a casa.
In scena, l’attore-autore si presenta in maniche di camicia, stivali di gomma e un berretto sulle ventitrè, come un pescatore appena ripulito dopo il rientro, in piedi accanto a una lanterna e allo scheletro di una barca, simile a quel che resta di un grosso pesce di legno. Infatti, per questo suo monologo tragicomico, come ha voluto sottotitolarlo, Natalino Balasso si affida soprattutto alla parola e alla sua capacità di evocazione. Perché, alle fine, si tratta proprio di evocare luoghi e sentimenti di una terra che è la sua, ritrovata in vecchie storie affascinate, superstizioni e sogni, ma anche nebbia e silenzi rotti appena dal balbettio di un uccello che si è perso. Ed è come se Balasso, per metà testimone e per metà protagonista, raccontasse se stesso, ma nelle spire di un’altra sua vita, lontana e impigliata nei brandelli della memoria.
Racconta soprattutto incantesimi e stupefazioni, ma anche sogni popolati di pesci parlanti e pescatori con gli occhi rossi di stanchezza che si aggirano tra l’acqua dolce e il mare, ingannando le insidie e la nebbia.
Con “La tosa e lo storione”, Natalino Balasso ritorna nel delta del Po, ma con il cuore di uno che c’è nato e vissuto e che si porta addosso una memoria salmastra, che trova appassionati riscontri nei versi di Gino Piva e in un certo romanzo di Gian Antonio Cibotto strettamente imparentato con il cinema e un genius loci che diventa poesia. Storie d’acqua e di pesci, che Balasso racconta e intreccia, divagando senza mai perdere il filo, con voce uguale e un umore di veneto della bassa nella pronuncia. E c’è uno storione, che è sogno e illusione, miraggio e rivelazione, ritualità scaramantica e destino, speranza e delusione. E c’è la fanciulla, che si taglia i capelli e dissimula le forme acerbe per sembrare un maschio. E c’è ancora, un tesoro, che è forse la favoleggiata borsa, piena di monete d’oro e d’argento, di Ciceruacchio, fuggiasco da Roma al seguito di Garibaldi e fucilato con il figlioletto dagli austriaci a Porto Tolle. Il tesoro, si sa, scatena appetiti smodati e violenza e delitto che chiama delitto.
“La tosa e lo storione” potrebbe, dunque, essere uno straordinario racconto, nato da una costola di Cibotto e del regista Renato Dall’Ara, che ci immerge nei segreti fascini del delta, che è poi la bassa della bassa, e della mitologia di quei luoghi. Natalino Balasso non si lascia irretire più di tanto dalla poesia e dalla favola intelligente, perché l’uomo è anche impastato di fango e di stupidità e tenuto in piedi da un filo di follia. Ecco, allora, certe tirate irresistibili, che prendono le mosse dall’osservazione del nostro quotidiano per poi inerpicarsi lungo i sottili sentieri dell’astruseria e del nonsense. A seguirlo, Balasso, senza pensarci più di tanto, in certe elucubrazioni che sembrano scoprire l’acqua calda, ci si ritrova invece immersi fino al collo nel grottesco e nel trionfo dell’incongruenza. Un’ incongruenza che, come in un’opera buffa di Rossini, cresce e cresce fino a diventare incontenibile follia. E l’uomo non è più miseria e grandezza come voleva Pascal, ma finta ottusità e finta intelligenza che scatenano la verità della follia. E l’ultima stoccata arriva da quell’impasto di fonemi e sintassi che Balasso ha miscelato sapientemente con lo sguardo rivolto a Luigi Meneghello, perché poi il Veneto resta sempre stesso. Solo che Balasso è soprattutto polesano e ha, appunto, il senso nativo del sogno e del surreale.
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