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Recensioni di "La bisbetica domata "

La Gazzetta di Mantova – 18 marzo 2010
L’ottimo Balasso doma la Bisbetica
Al Sociale la commedia di Shakespeare in veneto
di A.C.

La bisbetica domata, allestita al Sociale dal Teatro Stabile di Verona, per la regia di Valerio & Vescovo, porta un sottotitolo rivelatore dell’adattamento compiuto: “Recitata in sogno in lingua familiare e rustica da nove donne e un ubriaco”.
Gli interpreti sono una compagnia di guitti che inscenano un loro canovaccio, per prendersi gioco di un tal Trufa (Fly) trovato dormiente sul sentiero. E ricorrono a risorse e astuzie convenzionali, e con la stessa gratuità al vernacolo veneto che permette di esprimersi con più immediatezza, colore e modernità. Di più, i comici sono tutte donne, al contrario di quel che accadeva ai tempi di Shakespeare. E una 2° opzione è posta in palcoscenico, identificando l’ubriacone con Petruccio. E’ subito chiaro che solo in sogno quelo zotico può realizzare d’essere possidente e domatore di bisbetiche. Un vecchio desiderio di violenza aleggia sulla scena. Il teatro nel teatro si trasforma allora in un’eco scenografica, mero gioco di rifrazioni. Sui fianchi sorgono manichini allusivi ai travestimenti donna/uomo, e una tastiera commenta l’azione nei toni del cinema muto sonorizzato in sala; al centro appaiono ora un letto con baldacchino o un tavolo mobili. Un imponente fondale marron indica un 2° sipario aperto ai lati,  sul davanti è posta una sorta di ponte, per evocare anche gli innamorati di maniera, Bianca e Lucenzio. Che la farsa sia: 7 donne attorniano l’ubriacone, illudendolo con la loro disponibile presenza, l’8° ai tasti fa sortire il ribaldo Petruccio. Natalino Balasso lo connota come cacciatore di dote, tronfio e gretto, indifferente o incapace di annettere alcuna importanza alle reazioni che Caterina mette in opera per colpire la sua dignità, e smontarne l’interesse. Il dialetto contribuisce ad accrescere lo spasso che suscita l’attore, ma è anche impressionante, tutta corporea, e intrisa di furbizia irridente, la brutalità con cui annichilisce ‘Cate’. In realtà, la scorbutica zitella della Felicioli non ha modo di combattere, appare quasi subito uno straccio lamentoso nelle mani del marito. Ma quando le altre donne tornano in abiti femminili, capiamo d’aver assistito a una presa in giro del maschio, che ubriaco continua a sognare il suo sogno di potenza. La regia è apprezzabile, anche se qualche sfoltimento in più della vicenda soporifera di Bianca, della pur brava Meneghetti, era auspicabile. Tra le attrici, ricordiamo Zorzi (Lucenzio), Stella (Battista) e Schierano (Grumio). La vivacità e l’ironia con cui tutte si muovono sopperiscono a certe carenze vocali. Piace rimarcare di nuovo la pregevole e acuta idea della centralità del bravissimo Balasso.