Recensioni di "La bisbetica domata "
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L’ Arena – 16 luglio 2009 Sarà merito di alcune acorte scelte registiche, sarà grazie all’operazione linguistica compiuta attraverso il lavoro di Vescovo, che ha tradotto e adattato l’inglese di Shakespeare alla “lingua veneta”, facendo del dialetto uno strumento insieme di vivacità e aderenza al reale ma pure di più suggestivo richiamo alla lingua dell’inconscio, sarà per la straordinaria interpretazione di Natalino Balasso, nei panni, perfetti, di un Petruccio che conquista il pubblico e diventa elemento centripeto dell’azione, in grado di dare unità e vigore a tutto l’insieme, affiancato del resto da un altrettanto bravissima Stefania Felicioli, intelligente Caterina, bisbetica quanto basta per far emergere l’intelligente e spiritoso carattere che la sua scontrosa natura porta come ricco rovescio della medaglia. E il pubblico apprezza l’operazione, accompagnando con applausi convinti la commedia, e soprattutto quel Petruccio-Balasso mattatore, che qui offre davvero un’eccezionale prova d’attore, mostrando personalissima abilità nell’accordare la voce alla mimica del viso, tra piena immedesimazione nel ruolo e straniata autoironia. Convince così fin dal principio la scelta di Valerio di non eliminare una delle tre storie che nella Bisbetica si intrecciano (oltre a quella di Caterina-Petruccio e di Bianca), quella dell’Induction o Introduzione, insomma l’antefatto, che mostra il calderaio ubriaco Sly al quale viene giocato il “tiro” da parte di nove donne di diventare “spettatore” della commedia di cui assistiamo anche noi, lasciando che poi Sly ritorni in brevi quadri all’interno della commedia stessa e assegnando a Balasso il doppio ruolo di Sly e Petruccio. Espediente non nuovo, ma efficace per dare alla commedia una lettura metateatrale che la regia accentua nel senso della confusione dei ruoli e dello scambio delle identità. E in quest’ottica anche la scelta di un cast tutto femminile (Balasso è l’unico uomo in scena, affiancato da nove attrici) appare non solo gusto del rovesciamento rispetto ai canoni del teatro elisabettiano, ma, ancora una volta, gioco teatrale, soluzione del senso della commedia nella sua teatralità esplicita. Valerio del resto non legge nella coppia Petruccio-Caterina l’immagine di una sopraffazione tra carnefice e vttima, ma propone una Caterina che, con umorismo, finisce quasi per strizzare l’occhio a quel suo Petruccio. Allo stesso modo le scenografie disegnate dal vivo da Gek Tessaro, semplici ma d’effetto, e la musica eseguita sempre dal vivo di Antonio Di Pofi vanno nella direzione “di dire” che tutto ciò che vediamo è teatro, uno spazio privilegiato in cui convivono la leggerezza sei sogni e i disincanti della quotidianità. |