Recensioni di "La bisbetica domata "
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Il Giornale di Vicenza – 04 marzo
2010 Niente paura, è solo il sogno di un ubriaco. Le due sorelle da sposare, una bisbetica e l’altra dolce, gli intrighi degli spasimanti per ottenere la mano di quest’ultima, l’arrivo di un inatteso pretendente che, invece, reclama per sé la ragazza più rustica; e poi il matrimonio, la cura per domare il carattere indomito della sposa, la sua capitolazione finale con una dichiarazione di resa ai diritti del marito che le femministe faticano a digerire nonostante venga espressa con le alate parole del più grande tra gli autori teatrali: non c’è niente di vero, tutto è ancora più finto di quanto possa essere finta una recita su un palco. È solo una fantasia del fabbro Girolamo Truffo, svenuto dopo la quattordicesima birra e irretito da un gruppo di impertinenti ragazze che stimolano la sua immaginazione con seducenti moine. Proprio perché la vicenda viene partorita dalla mente di un popolano, tutti i protagonisti si esprimono in un dialetto arcaico e colorito, un misto di veronese, padovano e veneziano che si sotituisce perfettamente all’inglese cinquecentesco di Shakespeare e si rivela più efficace della lingua italiana nel riprodurre la vivace atmosfera e le grottesche situazioni che rendono così accattivante “La bisbetica domata”. La celebre commedia è stata presentata al Comunale di Lonigo nella versione diretta da Paolo Valerio e tradotta in dialetto veneto da Piermario Vescovo, docente di letteratura teatrale a Ca’ Foscari e autore in questo caso di un’operazione di rara finezza linguistica. Il suo vernacolo, pescato nelle acque profonde della tradizione popolare, ricco di termini antichi ma ancora vivi nella memoria di tanta gente e dotato di una straordinaria espressività, senza essere mai volgare, aggiunge sapore alla vicenda e rende godibilissima la recita. L’egregio lavoro del traduttore moltiplica la sua resa sul pubblico grazie all’interpretazione di Natalino Balasso, impagabile nel ruolo di Petruccio, il domatore della bisbetica. Sfuggito ai tentacoli della seduzione televisiva, Balasso ha cercato con impegno di ritagliarsi uno spazio come attore “puro”, impegnandosi in recite e monologhi non sempre di facile approccio. Qui il suo sforzo trova lo sbocco ideale, non solo per le opportunità offerte dal dialetto –uno dei più precisi dardi nella sua faretra di attore- quanto per il ritmo, per la naturalezza e per il senso della scena che dimostra di possedere. Di sicuro lo aiutano termini pittoreschi come “stramasso”, “sfondrado”, “bissaboa”, “potaci” oppure frasi come questa: “Mi no te cato cativa, Cate, mi te cato educata”, ma l’effetto non sarebbe così buono senza la simpatia e la bravura che l’attore di Porto Tolle dimostra di possedere. Attorno a Natalino Balasso il regista ha creato un harem di attrici, nove donne che interpretano i numerosi ruoli, maschili e femminili, richiesti da copione. Stefania Felicioli è Caterina, la ribelle e –apparentemente- indomita ragazza padovana che stimola l’amor proprio di Petruccio. Prima sfrontata, poi più riflessiva, alla fine completamente sottomessa, è lei il motore della vicenda, che la Felicioli tiene su di giri con un’interpretazione piena di brio. Le altre ragazze (Linda Bobbo, Ursula Joss, Silvia Masotti, Marta Meneghetti, Lucia Schierano, Carla Stella, Antonella Zaggia, Camilla Zorzi) animano la scena con i loro travestimenti, molti dei quali operati in scena, per dimostrare una volta di più che siamo nel campo della finzione e che niente è vero, specie le parole con le quali una Caterina docile e finalmente domata raccomanda alle donne di assecondare in tutto e per tutto i desideri dei signori mariti. Lunghi e convinti applausi, alla fine dal pubblico del Comunale. |